Google+ e giornalismo online
Un interessante articolo di Giuseppe Futia su LaStampa.it
Non è un caso che parte del gruppo di lavoro di Google News sia stato trasferito ad occuparsi di una delle divisioni di Google+, il nuovo social network lanciato dal colosso di Mountain View per arginare lo strapotere di Facebook. In un contesto nel quale la notizia diventa argomento di discussione, e dunque materiale sociale, strumenti di questo tipo giocano un ruolo sempre più significativo. Google+ propone in questo senso alcune novità in grado di contribuire al lavoro delle redazioni giornalistiche, sfruttando le potenzialità del proprio algoritmo di ricerca ed esplorando la componente “social”.
Le funzionalità più importanti incorporate all’interno di Google+ sono lo “stream”, riconducibile al flusso di informazioni della sezione “Notizie” di Facebook, ma soprattutto gli “spark”, ovvero specifici argomenti dei quali gli utenti vogliono ricevere aggiornamenti in tempo reale. La rilevanza dei contenuti che appartengono a un determinato spark viene definita dagli utenti stessi: con l’apposito tasto +1, analogo al “Mi piace” della creatura di Zuckerberg, le persone stabiliscono la rilevanza, e di conseguenza l’agenda, con la quale compariranno i contenuti all’interno dello stream.
Cory Bergman, direttore di Breaking News, evidenzia come su Facebook le persone tendano a dimostrare il proprio apprezzamento per una certa notizia, mentre su Google+ siano più propensi a condividerla. Tuttavia, occorre tener conto del fatto che l’insieme degli utenti di Google+ è costituito, per adesso, da un’audience molto attiva: i “social influencers” che amano condividere informazioni con i propri contatti. D’altro canto, rileva Bergman, la possibilità di aggiornare progressivamente un post specifico rappresenta un elemento determinante nello sviluppo narrativo.
Jennifer Lee, già reporter del New York Times, si sofferma su aspetti legati alla valorizzazione dell’identità. Un negozio di vestiti, ad esempio, propone nella sua pagina Facebook due o tre post al giorno che, nella maggior parte dei casi, sono annunci di vendita. «A quel punto acquistiamo il capo che c’interessa sul Web o recandoci in negozio. Per il New York Times, invece, la “merce” da vendere è costituita dai quegli stessi post». Ecco perché occorre un approccio che consenta di adattare lo strumento alle proprie esigenze: combinando gli elementi personalizzabili del proprio Google Profile al meccanismo degli spark, con il quale è possibile categorizzare i contenuti, Google+ può diventare un vero e proprio mezzo per il broadcast.
Secondo Jeff Jarvis, professore associato presso la New York’s Graduate School of Journalism, la componente collaborativa assume un’importanza strategica. I cosiddetti “circles” (cerchie) consentono di suddividere i propri contatti secondo categorie differenti, stabilendo la privacy delle notifiche. Una notizia potrà essere condivisa soltanto con un gruppo specifico col quale avviare una discussione proficua, e l’eventuale integrazione di applicazioni come Google Docs rafforzerebbe ulteriormente questo aspetto. Alle nuove forme di narrazione online proposte attraverso Facebook e Twitter dai giornalisti che lavorano direttamente sul campo, Google+ fornisce un supporto algoritmico non indifferente. Jarvis intende proporre ai suoi studenti un impegno creativo per scovare nuove modalità con cui il nuovo social network di Google potrebbe essere sfruttato: perché è così, conclude Jarvis, che ogni giornalista dovrebbe studiare uno strumento nuovo e, soprattutto, molto promettente per il suo lavoro.



